
Compreso se i suoi genitori sono omosessuali.
Qualche giorno fa, il governo italiano ha bocciato una proposta di regolamento europeo per un certificato unico di filiazione e lo ha fatto perché tale regolamento, così formulato, non prevede la possibilità di escludere i casi di coppie i cui figli sono nati da maternità surrogata (sebbene nella proposta europea sia già prevista una verifica supplementare per tali casi – fonte “il Post”). Contemporaneamente, sempre qualche giorno fa, il Comune di Milano ha ricevuto il divieto dal Ministero dell’Interno di registrare i genitori non biologici negli atti di nascita dei bambini con due padri o due madri, salvo se trattasi di due madri con figlio nato all’estero. Sotto attacco le coppie omogenitoriali, insomma. Milano, che era una delle poche città italiane in cui veniva riconosciuta automaticamente la genitorialità per la coppia di partner dello stesso sesso, oggi ha le mani legate. La mancata trascrizione comporta che solo uno dei due genitori venga riconosciuto genitore del bambino a tutti gli effetti. Inutile, perché scontato, sottolineare le conseguenze legali, emotive, psicologiche sul genitore “scartato” e sul suo bambino. L’interesse del minore viene messo in secondo piano: un figlio non è sempre un figlio in Italia. In Italia, un figlio è un figlio solo se ha i genitori del sesso “giusto”.

Sebbene il desiderio di rinsaldare la spaccatura tra ciò che è vero o certo e ciò che è falso o problematico sia una meta agognata, pensare di conoscere e possedere la verità ha il sapore dell’ignoranza. Alla domanda “cosa significa davvero essere genitori” bisognerebbe allora, forse, soprassedere. Eppure, il mio essere stata figlia, insieme alla mia professione, che mi fa il dono di lasciarmi ascoltare tante storie sull’essere profondamente figlio, mi porta ad esprimere la mia visione delle cose.
In un’epoca in cui la parola “famiglia” sembra generare confusione, finendo per provocare irritazione, fanatismo, allergia ideologica, mi sembra irrinunciabile rammentarne il tratto di condizione indispensabile nel processo di umanizzazione della vita, fungendo da attributo sostanziale per lo sviluppo psichico ed esistenziale dell’essere umano, vincolo urgente perché vita umana possa prosperare. Senza radici, l’essere umano è poca cosa gettata al mondo.
Appartenenza e riconoscimento: la vita umana vuole, in primis, la presenza di un testimone, un genitore testimoniante, dove la genitorialità costituisce altro, e molto di più, di un mero incipit biologico. Perché la genitorialità è quell’entità che dona alla vita umana un senso, è il simbolo della cura, che è molto altro dal solo soddisfacimento dei bisogni primari, è emblema di amore che inonda di amore la vita umana, facendola sentire profondamente amata. Quando vita umana non è inondata dal desiderio d’amore altrui è vita mutilata: vita non desiderata cade nell’insignificanza.
Trasmettere il sentimento della vita: questo è, allora, il senso della genitorialità. Qualcosa che esula dal sesso di appartenenza.

Accogliere una vita, offrirle cura, darle ricovero, riconoscerne la peculiarità, apprezzarne l’insostituibilità, onorarne l’unicità, donarle presenza. Tutta roba che esula dal sesso di appartenenza.
Testimoniare la vita umana attraverso segni d’amore, rispondere alla famelica domanda d’amore di una vita umana, facendosi linfa vitale, la genitorialità è portatrice d’amore e l’amore è roba grossa, roba che esula dal sesso di appartenenza.
Un figlio deve poter essere un figlio sempre, indipendentemente dall’ovulo o dallo spermatozoo da cui ha preso vita: la dimensione materialistica della biologia non ha valore quando trattasi di dare un senso alla vita, senso senza il quale la vita non può espandersi. Se esiste un istinto materno o un istinto paterno, entrambe sono istanze che non riflettono una concezione biologica della generatività: non basta un ovulo per fare una madre, non basta uno spermatozoo per fare un padre. Esiste un codice materno o un codice paterno, però, ed è qualcosa che un essere umano porta nell’espressione della propria genitorialità senza che vi sia un legame con l’essere femmina o maschio. Non è il seno a nutrire la vita, ma il segno dell’amore.
La generazione biologica non è, dunque, un evento sufficiente a fondare la genitorialità, perché è evidente che generare un figlio non significa essere una Madre o un Padre: ci vuole un atto simbolico per essere Madre o Padre. Ci vuole una decisione profondamente sentita. Ci vuole un’assunzione etica di responsabilità sconfinata. “Non voglio rinunciare a me, non voglio dedicarmi ad un’altra vita, non voglio esserne responsabile”, gridava con forza una donna nel mio studio, sperando che il partner seduto di fronte a lei comprendesse il suo profondo desiderio di essere non-madre.
L’amore è eterosessuale, certamente sì, ma solo nel senso che è sempre e solo amore per l’Altro, per l’eteros. L’amore è senza sesso, in fondo, perché è amore per la vita umana, amore per quel figlio di fronte al quale si ha preso un impegno di responsabilità sconfinata, facendo del proprio amore ossigeno a vita.