
Stiamo vivendo qualcosa d’ impensabile e non prevedibile. Tra tutte le difficoltà che abbiamo mostrato, mi sembra che la fatica maggiore l’abbiano dimostrata i pre e gli adolescenti. Abbiamo tutti visto immagini dove il pericolo del contagio veniva, da questi giovani, allontanato e rimosso, in una sorta di pensiero magico che li rendeva immuni dal contagio. E ancora, in città deserte, in clima da day after, capannelli di ragazzi e ragazzini si aggregavano per una partita di calcio o per una canna. Ma cosa gli succede? Perchè non capiscono che rischiano la loro salute?
Forse la risposta la si può trovare nella dissonanza molto forte tra come li abbiamo cresciuti e quello che gli chiediamo di capire oggi.
Partiamo dall’inizio, quello che ci fa stare in casa e metterci in protezione, è la paura della malattia e della morte. Ma come abbiamo spiegato ai giovani la morte? Cosa ne sanno loro?
La morte è un tema centrale nella vita di ognuno di noi, è l’ostacolo che cerchiamo di evitare in tutta la nostra corsa, ma alla fine ognuno ci fa i conti. Eppure ai bambini, spesso viene evitato di parlare di morte, vengono ‘preservati’ da una paura che riguarda gli educatori più che i figli.
E allora la morte assume contorni poco definiti. Come nei giochi, si può morire e poi rientrare con qualche bonus. La morte riguarda sempre qualcun altro. Un adulto che commenta che un barcone pieno di persone è giusto affondi perché se la son cercata, cosa potrà mai insegnare rispetto alla morte?
Chi svolge lavori come il mio, può testimoniare come sia difficile prendere in carico un giovane (o giovanissimo) colpito da un lutto. Non sono preparati, non hanno nessuna difesa, non capiscono perché sia capitato a loro. Con i giovani è necessario partire dal creare un passato. Perché non ce l’hanno, vivono nel presente. Il futuro è talmente lontano da non riuscire neppure ad immaginarlo, il passato inizia dalla loro nascita. Ed è facile che da allora (dalla nascita) nessuno sia morto. E allora bisogna raccontargli che la morte è già successa, anche vicino a loro, e non son morti solo i vecchi, che loro non sono immuni a niente. La paura dei giovani è la paura di non essere visti, dai genitori , dai compagni, di non avere sufficienti followers, di non piacere. La malattia e la morte non fanno paura.

Il suicidio è la prima causa di morte negli adolescenti (la seconda sono le malattie legate alla sfera dell’alimentazione), ci si uccide per scomparire (mi autoelimino), da una brutta figura, da una fatica, dalla fretta dei genitori. Ma non c’è un pensiero dietro all’atto suicida, c’è solo l’agito. La differenza tra ciò che sono (Io reale) e ciò che vorrei essere (Io ideale), è abissale, l’Io ideale è lontanissimo, e spesso riguarda il divenire un influencer, un calciatore, e allora è facile fallire e se si fallisce, meglio sparire.
Li abbiamo allevati a suon di ‘tutto subito’, non c’è attesa, non c’è desiderio, non c’è fatica. Infatti, in questi giorni chiediamo ai bambini di scrivere a caratteri cubitali ‘andrà tutto bene’, ‘ce la faremo’. Peccato che (ad oggi), ci sono più di 7.500 persone morte per o con covid-19. Non è andato tutto bene (almeno per loro). E, soprattutto, ci saranno conseguenze, non tornerà tutto come prima.
E non è un caso che proprio queste frasi abbiano vinto sulle altre. Perchè, anche questa volta (noi adulti), stiamo cercando di negare la realtà, a noi stessi e ai nostri figli. Facciamo un salto in un futuro ideale dove queste giornate, questa pandemia, saranno dimenticate e ritorneremo a fare ed essere quello che eravamo e facevamo un mese fa. Dircelo e dirglielo, che non andrà, forse, tutto bene, fa paura.
Le ragazze ed i ragazzi sono cresciuti senza avere nessun anticorpo alla vita. Con genitori che li hanno preceduti su ogni fatica o difficoltà, che però, fanno sempre più fatica ad essere un faro, a dare una direzione. No, non andrà tutto bene, ma ci siamo qui noi, non abbiate paura. Questo dovremmo raccontare ai nostri figli, nipoti, alunni.
Mi chiedo in questi giorni, se ci sarà un momento, per noi educatori e operatori, dove verremo chiamati a riconoscere le nostre responsabilità.
E forse la ribellione dei pre e adolescenti che abbiamo visto in questi giorni, è il primo passo di richiamo alle nostre responsabilità. Il primo momento dove siamo chiamati al banco degli imputati. Ma cosa ci potevamo aspettare? Che capissero loro quello che non abbiamo capito noi? Come possono reagire se tutto quello che abbiamo saputo dire, in questo momento di caos e confusione, è stato un mantra?
E allora usiamo questo momento così speciale e particolare per parlare con loro e spiegargli cosa succede, che si muore per questo virus, che ci saranno ripercussioni gravi (economiche e sociali), che per chi ha perso un familiare non ‘andrà tutto bene’. Che non è vero muoiono solo gli anziani.
Siamo a casa: parliamo con i nostri figli e parliamo anche di morte. E facciamo il nostro lavoro, quello di contenitore, per le loro ansie e paure, parliamo delle nostre emozioni e confrontiamoci con loro, apertamente, scopriremo che abbiamo da imparare molto, entrambi.
Un invito agli insegnanti, quando fanno lezioni on line, dove ricostruiscono le loro classi: parlate di emozioni, di quello che succede, della paura. Insegniamo a comunicare, un’arte che in momenti come questi diventa indispensabile, più di ogni mantra.
Consigli pratici:
Guardate con pre e adolescenti un film e poi parlatene.
– Coco
– Segui il tuo cuore
– Swiss army man
– Dafne
– Quel giorno d’estate
Leggete, leggete, leggete, la lettura dà un passato, un presente ed un futuro. Seguite i fanciulli e le fanciulle mentre leggono e parlate di ciò che hanno provato e sentito.
Per i più piccoli:
– La storia del gatto Oscar e della sua dote speciale;
– L’isola del nonno
– Fifa nera Fifa blu/ le due facce della paura
– Un bacio e addio
Per i più grandi:
– Lassù in Paradiso
– Milly, Molly e il fiore di Giulio
– L’anatra, la morte, il tulipano
– La carezza della farfalla
Dr.ssa Rita Gnuva
Psicologa – Psicoterapeuta – Ipnositerapeuta