
Cosa la pandemia ci ha fatto ri-scoprire. Il disagio, la paura e il bisogno ci hanno spinto ad essere più umili con gli altri e anche a chiedere aiuto.
Il Coronavirus è stato un colpo molto forte alla nostra quotidianità, all’economia, al sistema sanitario ma ancora di più alle nostre certezze e alla nostra sicurezza. Dato che, come spesso si dice, le avversità contengono sempre delle opportunità, dobbiamo rilevare che il Coronavirus ha dato una scossa alla nostra vita e ci ha offerto delle possibilità alle quali – in condizioni normali – non avremmo mai pensato.
La tragedia percepita da tutti, con paura, è stata quella delle tante perdite umane e della loro modalità: soli, senza un saluto, senza un conforto, senza neppure il funerale, anche per coloro che in tempi normali avrebbero mobilitato città intere attente a testimoniare la gratitudine, l’omaggio e l’onore rivolto alla grandezza di chi si è speso a favore della comunità intesa nel senso più ampio. Tanti, inoltre, sono stati ricoverati in ospedale, ma per fortuna hanno recuperato, e ora raccontano con mestizia quelle giornate trascorse in solitudine tra la vita e la morte, gratificate dal sorriso di qualche infermiera premurosa, e nulla più.
Nell’emergenza sono emerse le professionalità e l’abnegazione di medici, sanitari, forze dell’ordine, addetti della grande distribuzione e ai trasporti che si sono adoperati senza guardare l’orologio e correndo grandi rischi per garantire alla popolazione i servizi essenziali.
E tutti, grazie alla crisi, abbiamo avuto modo – un po’ forzatamente – di scoprire aspetti della nostra quotidianità ed emozioni, delle quali prima non sempre capivamo l’importanza, o che davamo per scontate, e di cui ora potremo fare tesoro.
Innanzitutto la permanenza forzata in casa ci ha dato maggiore percezione di incertezza e insicurezza, facendoci convivere con la paura e facendoci accettare la fragilità nostra e delle persone a cui vogliamo bene, ripensando certi atteggiamenti basati su competizione e narcisismo.
Il disagio, la paura e il bisogno ci hanno spinto ad essere più umili con gli altri e anche a chiedere aiuto. Coloro che si vergognavano o non lo ritenevano consono (pochi in verità), e che per questo cercavano sempre di fare da soli, per non disturbare il prossimo o perché si vergognavano a chiedere, o peggio perché ne avevano sfiducia, si sono risolti a chiedere aiuto, quanto meno per potenziare una connessione internet o per ricevere una mascherina, scoprendo che il prossimo è più disponibile di quanto si pensava.
La crisi ha allenato anche la capacità di problem solving: la necessità ha aguzzato l’ingegno, le soluzioni erano sotto gli occhi, e così abbiamo imparato a non bloccarci di fronte ai problemi, a sistemare i capelli senza l’aiuto del parrucchiere e a sfruttare al meglio le potenzialità anche del mondo informatico che prima non prendevamo nemmeno in considerazione.
Il blocco delle normali attività e dell’agenda, sempre piena di riunioni, eventi, incontri, colloqui, palestra, ecc. senza lasciare buchi che avrebbero potuto nuocere alla produttività e all’immagine, ha fatto scoprire che i vuoti sono momenti in cui è possibile dedicarci a noi stessi e che le pause sono rigeneranti molto più dei cosiddetti passatempi imposti.
Abbiamo capito che la vita può essere vissuta bene anche con ritmi rallentati, come avveniva per i nostri nonni, e come la tradizione contadina del nostro Paese ha sempre insegnato, seguendo i ritmi della natura e delle stagioni, e facendo felici le persone.
Ora che non dobbiamo più correre da una parte all’altra (anche perché tanti eventi si fanno on line), abbiamo imparato a rallentare il ritmo, a rimandare le cose non urgenti, a prendere fiato, a pensare di più, ad elaborare progetti più meditati, a coltivare gli hobby, magari anche a oziare.
Allora ben venga dover restare di più in casa, non doversi barcamenare tra mille impegni e dedicarsi, invece, ad assaporare momenti dimenticati, come inventare e preparare un piatto speciale o restare in giacca da camera tutto il giorno. Se siamo stati costretti a rinunciare alla dimensione del fare, possiamo ritrovare la modalità dell’essere che ci consente di stimolare la mente e di produrre benessere.
A chi ha un giardino o un balcone fiorito, il maggior tempo libero (da intrattenimenti e trattenimenti) consente di vivere i profumi e i tepori della primavera, di osservare il tramonto in un cielo senza smog e lo sbocciare dei fiori. In tanti hanno scoperto che le rondini esistono ancora e tornano di nuovo ogni anno.
L’occasione ha offerto motivo di fare ordine e pulizia in casa: non solo non si compra più il superfluo, ma è stato anche eliminato.
Una mano ad affrontare la crisi e le paure ce la sta dando l’ironia: ci si prende gioco di noi e delle nostre manie, scherzando e facendo battute. Così ci si diverte, si scarica la tensione e si dà il giusto peso alle cose.
La creatività sociale, magari prima sopita o … che viveva di rendita, ha inventato occasioni di socializzazione in sicurezza. La fantasia si è scatenata: aperitivi e cene a distanza, allenamenti da fare in casa con il tutorial dal pc, festeggiamenti di onomastici e compleanni con un catering casalingo al quale tutti (dal papà ai più piccoli) hanno offerto il loro contributo in base ai propri gusti e abilità, perfezionate proprio in questo periodo.
La distanza forzata ci ha ricordato quanto importanti siano le relazioni sociali. Cosi stiamo reimparando a esserci per gli altri. Le cronache ci dicono di chi fa la spesa per i vicini, fa doposcuola ai più piccoli, non fa mancare un saluto quotidiano, offre cibo a medici e infermieri, tiene compagnia ad amici soli in casa con lunghe telefonate.
I social, che prima servivano per lo più a compiacere la vanità personale, ora si sono rivelati utili strumenti per tenere i contatti, comunicare, ricevere informazioni, imparare cose nuove, anche se non possono sostituire i contatti reali.
L’emergenza, insomma, ci sta facendo riscoprire l’importanza di valori come umanità, simpatia, solidarietà.
C’è nostalgia dell’incontro, e ci mancano familiari lontani, amici e colleghi. Tutti, anche quelli più solitari, hanno bisogno degli altri. La stretta di mano, l’abbraccio, il prendere sottobraccio, la pacca sulla spalla, sono gesti usuali ma servivano a dare un segno di cordialità, un cenno di simpatia, un messaggio silenzioso di affetto, per dire “ti voglio bene, mi sei mancato, ci sono”. Gesti non scontati che – virus permettendo – speriamo di riprendere al più presto con il giusto valore, l’opportuna intensità e un rinnovato entusiasmo.